Il professor Franco Corcione: Non esiste il “rischio zero” in chirurgia

Riprendiamo l’articolo pubblicato dal professor Francesco Corcione sulle pagine de Il Mattino in edicola oggi. Già presidente della Società Italiana di Chirurgia, Corcione, tra tutti i riconoscimenti ottenuti nella sua pluriennale carriera, è chirurgo esperto inserito nell’elenco del Consiglio Superiore di Sanità del ministero della Salute. Attualmente è responsabile dell’unità di Chirurgia oncologica mininvasiva presso la Clinica Mediterranea di Napoli.

Nel 1976 mi sono laureato all’Università Federico II e tre mesi dopo l’iscrizione all’albo, appena entrato nella scuola di specializzazione in Chirurgia generale, sono stato nominato Miuca, medico interno universitario con compiti assistenziali. A 25 anni, quindi, ero già inserito e retribuito dall’Università Federico II.

Perché racconto questo? Perché in quel periodo, e ancora per molti anni, esisteva “il Professore”: colui che si prendeva cura dei pazienti e degli allievi. Era una persona “super partes”, che costituiva quasi sempre un esempio da imitare e seguire. Le persone si rivolgevano a lui con grande educazione e rispetto.

Quando un familiare doveva affrontare un intervento, ci si affidava a lui e a Dio. La frase che si ascoltava spesso era: “Fate come se fosse vostro padre”, oppure “Fate come se fosse vostra madre, vostra sorella, vostro fratello o vostro figlio”, a seconda del sesso e dell’età del paziente.

Niente di più bello! Una persona affidava un proprio caro a un chirurgo, immaginando le difficoltà e i rischi di qualsiasi intervento, e gli chiedeva semplicemente di trattarlo come un suo familiare.

Oggi no! Oggi il paziente viene considerato una macchina da riparare senza conseguenze, senza incertezze e senza complicanze! Il chirurgo è diventato un marziano che deve svolgere il proprio lavoro ottenendo sempre il risultato auspicato.

Ma non è così, e questa aspettativa mortifica e traumatizza soprattutto i chirurghi. Quale chirurgo desidera che il proprio paziente abbia una complicanza? Quale chirurgo vuole la morte del paziente che ha operato?

Nessun chirurgo, dal più esperto a quello alle prime armi, desidera complicanze o la morte del proprio paziente. Purtroppo, però, queste possono verificarsi anche in assenza di colpe del chirurgo e della sua équipe.

Se confeziono una sutura, so che nel 97% dei casi non ci saranno problemi, ma che nel 3% potranno verificarsi complicanze anche gravi o mortali. Non so, però, chi rientrerà nel 97% e chi nel 3%!

Quando arriva una complicanza, possono insorgere problemi seri, con gravi ripercussioni, fino al decesso. È un rischio insito nel nostro lavoro, e bisogna spiegare bene, prima, durante e dopo l’intervento, che in chirurgia il risultato positivo non può essere garantito nel 100% dei casi.

Ricordo un signore che operai alcuni anni fa per un tumore del colon. Dopo quattro giorni ebbe una complicanza: un cedimento della sutura. Era sabato pomeriggio e corsi in ospedale per rioperarlo. Con mia sorpresa, in clinica trovai i carabinieri, intervenuti per sequestrare la cartella clinica.

“Ma devo rioperarlo”, dissi ai carabinieri. “È vivo e vegeto: perché questo sequestro?”. La moglie aveva già presentato una denuncia per un intervento “sbagliato”. Quando il paziente si riprese, chiesi a lui e alla moglie: “Mi spiegate perché avete presentato una denuncia? Vi avevo avvisati che nel 3% dei casi poteva verificarsi una complicanza e che, quindi, sarebbe potuto essere necessario un nuovo intervento”.
“Certo, caro Professore, ma non immaginavamo che in quel 3% saremmo rientrati noi”. Incredibile.

Il mio messaggio, allora, è questo: in chirurgia possono verificarsi complicanze, e le complicanze possono comportare anche un rischio di morte. Può accadere persino per un intervento di appendicectomia, sebbene molto raramente, e più frequentemente per interventi maggiori.

Purtroppo, il chirurgo può essere accusato ingiustamente anche quando non ha determinato la complicanza, che, ahimè, è uno dei rischi della chirurgia. Metto cento punti di sutura, apparentemente tutti allo stesso modo, e nel tempo tre non tengono, causando una complicanza. Perché? Perché la nostra professione, come altre, non può garantire il risultato auspicato nel 100% dei casi.

Ma ci siamo mai chiesti quale sia l’interesse del chirurgo? Avere una complicanza, vedere morire il proprio paziente, finire sui giornali in una luce negativa oppure godere del sorriso di un paziente che, guarito, torna a casa? Meditate, gente, meditate.

Un’ultima riflessione nasce dalla lettura di molti articoli pubblicati negli ultimi mesi sul decesso di una giovane donna, operata per una patologia importante, seppure benigna. L’intramoenia! Ho letto le dichiarazioni dei parenti, che si chiedono perché la paziente sia deceduta pur avendo pagato l’intervento. Ma pagare un intervento non elimina il rischio di complicanze!

L’intramoenia permette a chi lo desidera e ne ha la possibilità economica di essere operato dal chirurgo scelto, usufruendo di una camera singola e di un maggiore comfort alberghiero. Ma la vita non si compra. Sarebbe ingiusto nei confronti di chi non può permetterselo!

Il chirurgo cerca di offrire sempre il meglio, sia in intramoenia sia nell’attività istituzionale, perché ottenere un risultato soddisfacente è l’obiettivo di qualsiasi chirurgo.

L’intramoenia, al di là degli aspetti organizzativi e del comfort, non significa un risultato sicuro né una diversa dedizione da parte del chirurgo e della sua équipe, che lavorano sempre, in ogni circostanza, per il bene dei pazienti che si affidano a loro.

Per spiegarmi meglio, prendiamo come esempio un viaggio in aereo, in treno o in nave. Ci sono diverse classi di viaggio. La differenza sta nel servizio e nel comfort. Ma se il treno deraglia, l’aereo precipita o la nave affonda, tutti i passeggeri sono esposti al pericolo: il biglietto di prima classe non è una garanzia di salvezza! Meditate, gente, meditate!

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