L’Europa non è intenzionata a limitare gli affitti brevi e neppure le strutture ricettive extralberghiere, ma punta a costruire un quadro comune per stabilire quando gli Stati, le Regioni ed i Comuni possono intervenire per limitare gli esercizi o bloccare l’uso o l’acquisto di immobili residenziali per affrontare la crisi degli alloggi “che indebolisce la coesione sociale e minaccia la competitività complessiva dell’Unione”.
Con una proposta di regolamento, l’Affordable Housing Act, che sarà varato mercoledì 9 settembre, la Commissione europea fisserà criteri comuni per identificare le aree “sotto stress abitativo” sulle quali sarà possibile intervenire a livello locale e nazionale.
Ad oggi i 27 Paesi della Ue si muovono in ordine sparso, seguendo indicatori diversi. Alcuni si concentrano sul rapporto tra prezzi delle abitazioni e redditi, altri sull’impatto sull’edilizia sociale, con il rischio di incorrere in ricorsi. Approcci differenti che “aumentano anche i costi”, evidenzia la Commissione nella bozza di norma, che introduce nuovi indicatori comuni per quantificare le pressioni sul mercato immobiliare.
Tra questi, il rapporto tra il prezzo medio di una casa ed il reddito disponibile, che deve essere pari o superiore a 8, l’aumento di tale rapporto negli ultimi dieci anni e la previsione che lo stress abitativo persista per i tre anni successivi.
La stretta è rivolta soprattutto alle seconde case e agli immobili destinati al turismo. Dalle limitazioni sugli affitti brevi saranno, invece, escluse le residenze principali dell’host, una “garanzia minima” motivata dal fatto che gli immobili in questo caso “non sottraggono alloggi al mercato a lungo termine” e, dunque, devono essere trattati in modo diverso. La sola presenza di stress abitativo in una determinata area non basterà comunque a giustificare una stretta, che andrà motivata da “prove oggettive” della pressione sul mercato abitativo.






