Olio dalla Tunisia e addio ai vitigni simbolo, eccellenze italiane a rischio

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Tutto il Sud ribolle dopo che la Ue si è messa d’impegno per rendere più difficile il 2016 per l’agricoltura italiana. Tanto che Coldiretti già dice che è a rischio un giro d’affari superiore ai 6 miliardi di euro. L’anno si è aperto con la conferma di due provvedimenti che da mesi preoccupano il settore. Bruxelles, da un lato, ha autorizzato nei prossimi due anni la Tunisia a esportare nel Vecchio Continente 70mila tonnellate di olio d’oliva a dazio zero, oltre alle 56.700 già previste negli accordi bilaterali. Un’idea che ha rivendicato l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, l’italiana Federica Mogherini, spiegando che bisogna sostenere l’unico Paese non imploso dopo la sua primavera araba, perché “periodi eccezionali richiedono misure eccezionali”.

Che però, nota il responsabile dell’area Ambiente e consumi di Coldiretti, Stefano Masini: “Fanno la gioia delle multinazionali che ormai controllano i grandi marchi italiani”. In questo clima il provvedimento sarà in aula a Strasburgo giovedì prossimo: ma la Commissione ha già fatto sapere che non intende ritiralo, perché il caso Xylella ha abbassato la produzione italiana, rischiando di lasciare a secco i gourmet del Belpaese.

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Sempre in questi giorni la Direzione generale Agricoltura e Sviluppo rurale della Commissione ha annunciato di voler liberalizzare l’uso dei nomi dei vitigni, separando l’obbligo di poter utilizzare certe etichettature soltanto dove si coltivano i vitigni di riferimento. In estrema sintesi, la Spagna potrà fare il Lambrusco, la Romania la Falanghina. E guarda caso, quello dei marchi tutelati è uno dei nodi che blocca la firma del partenariato atlantico Ttip.

L’ex ministro Paolo De Castro, cresciuto in una famiglia di imprenditori agricoli salentini, sta provando a metterci una pezza all’Europarlamento: “La partita non è affatto persa. In commissione Agricoltura avevamo fatto passare una proposta per limitare la liberalizzazione delle 70mila tonnellate di olio a dazio zero. La commissione Commercio internazionale ha ribaltato il nostro parere. Ora andremo in aula per il voto finale e vogliamo far passare il nostro approccio. Anche la Spagna ha interesse a seguirci. Perché questo olio in più non andrà a vantaggio dei tunisini, ma aiuterà soltanto qualche “trasformatore” italiano o spagnolo, che ci guadagna miscelando oli”.

Non meno complesso il tavolo sul vino. “Perché quella della Direzione agricoltura è una proposta di modifica del regolamento. Di ufficiale non c’è nulla. Io e il ministro delle Politiche agricole Martina abbiamo avuto rassicurazioni dal commissario Hogan che non cambierà nulla. Vedremo”. Queste decisioni colpiscono non poco il Sud, dove l’agricoltura è l’unica attività che non è crollata negli anni della crisi, tanto da contribuire più di altri settori al +0,1 con il quale si è chiuso il Pil nel 2015.

Nel Mezzogiorno il giro d’affari dell’olio è di poco superiore agli 1,8 miliardi di euro, per grandissima maggioranza realizzato in Puglia. È proprio in questa regione che si fa il prezzo a livello nazionale: ma adesso c’è il rischio che i 3,5 euro al litro pagati all’ingrosso – quotazione record dopo un’annata record – possano crollare visto che l’olio proveniente da Tunisi costa senza dazi anche la metà. Coldiretti ha chiesto un intervento al governo, perché “bisogna stringere le maglie della legislazione per difendere un prodotto simbolo del Made in Italy e della dieta mediterranea”.

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Non basta. La possibilità di fare formaggio con il caglio e non solo con il latte fa sì che nei supermercati del Sud il grosso delle scamorze provengano dalla Germania. “Se non mancano truffe nel salernitano, maggiore distretto nella produzione d’eccellenza del pomodoro, con le imprese che mettono il doppio di concentrato cinese per le conserve da esportare in Nordamerica”, aggiunge Stefano Masini, “è anche perché la normativa sull’origine doganale parla genericamente, consentendole, di operazioni di trasformazione economica con materie prime di Paesi stranieri. Ma lo stesso vale per quegli imprenditori che in Sicilia fanno l’aranciata con il succo spagnolo”.

Le inchieste, come quella portata avanti dalla procura di Torino sull’olio extravergine, hanno dimostrato che spesso al Sud produttori senza scrupoli guardano più ai profitti che alla qualità. “Perché abbiano un sistema sanzionatorio soltanto amministrativo, che incentiva operazioni borderline. Se passasse il nuovo regolamento europeo sulle etichettature del vino faremo un’ulteriore passo avanti nel distruggere vitigni che evocano tradizioni e qualità del nostro territorio. Già oggi l’Italian sounding, l’uso improprio dei marchi italiani nell’alimentare, vale 60 miliardi di euro. Vogliamo fare arricchire di più questi speculatori?”.