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Nel golfo imperversa la pesca di frodo dei ricci

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Negli ultimi anni ha iniziato a spopolare anche in Campania un piatto tipico di altre Regioni: lo spaghetto al riccio di mare. L’aumento delle richieste sta compromettendo l’esistenza stessa del Paracentrotus lividus, il cosiddetto “riccio femmina” che serve per preparare la prelibata portata. In pochi, però, sanno che il Piano d’Azione delle Nazioni Unite per la difesa del Mediterraneo, la considera una “specie che necessita di una gestione oculata”.

Infatti la normativa consente ai pescatori sportivi la raccolta di 50 ricci al giorno esclusivamente in apnea, mentre per quelli professionali il massimo è di 1000. Tutto ciò al di fuori dei mesi estivi, stagione in cui i ricci si riproducono, e potendo raccogliere solo quelli di una misura superiore ai 7 centimetri. Nelle Aree marine protette come Punta Campanella questa legge non vale: la pesca è vietata e basta. Eppure non mancano gli avvistamenti di pescatori di ricci di frodo.

Tutto ciò perché la raccolta dei ricci, sebbene non sia remunerativa come quella dei datteri di scoglio che vengono venduti anche a 100 euro al chilo, rappresenta comunque un buon business. Basti pensare che per prepararne un piatto servono almeno 20 ricci che impiegano ben 5 anni per raggiungere i 7 cm che ne permettono la pesca per legge. Così pescatori privi di licenza si immergono e prendono quanti più ricci possibile che poi rivendono direttamente ai ristoranti ad almeno 50 centesimi ciascuno. La polpa di riccio viene messa in piccoli vasetti, fanno sapere dalla Guardia di Finanza, che poi vengono rivenduti a minimo 20-30 euro l’uno.