Sorrento. Il decreto del ministro Piantedosi che ha evitato lo scioglimento

Diversi episodi di corruzione ma non si riscontrano collegamenti con la criminalità organizzata tali da dover sciogliere l’amministrazione. È ciò che emerge dal decreto con il quale il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, dichiara conclusa l’attività della commissione di accesso inviata al Comune di Sorrento.

L’organo ispettivo guidato da Vincenzo Chietti (vice prefetto) e composto da Francesco Tartaglione (capitano della Guardia di finanza di Massa Lubrense), Giuseppe Donno (luogotenente dei carabinieri comandante del nucleo investigativo della compagnia di Sorrento) e Carmine Mascolo (ispettore di polizia) si è insediato il 5 marzo per verificare “la sussistenza di tentativi di infiltrazione e/o di collegamenti della criminalità organizzata nel contesto dell’amministrazione”.

In sostanza i commissari erano chiamati a stabilire, così come stabilisce l’articolo 143 del Tuel, la presenza di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori”, ovvero l’esistenza di “forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità” dell’amministrazione, “nonché il regolare funzionamento dei servizi ad essa affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”.

In pratica bisognava capire se la condotta dell’ex sindaco Massimo Coppola – accusato dalla Procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso di aver intascato tangenti su appalti pubblici – possa aver favorito la penetrazione della criminalità organizzata negli uffici dell’ente di piazza Sant’Antonino. Ispettori che hanno impiegato 20 giorni per giungere alle loro conclusioni e predisporre la relazione.

Il documento è stato inviato al prefetto di Napoli, Michele di Bari, il quale, a sua volta, ha preparato un resoconto per il ministero. Piantedosi, quindi, sulla scorta degli atti arrivati sulla sua scrivania, ha deciso di non procedere allo scioglimento. Il titolare del Viminale ha stabilito che “dagli elementi informativi e documentali tratti dall’attività ispettiva è emerso un articolato sistema corruttivo, insieme a ripetute irregolarità amministrative e disfunzioni gestionali che denotano una generale scarsa osservanza dei precetti di correttezza e buon andamento dell’azione amministrativa, circostanze queste che potrebbero favorire forme di condizionamento anche di matrice criminale”.

Ha, tuttavia, ritenuto come “tali risultanze, complessivamente valutate, non abbiano fatto emergere, nei confronti dell’amministrazione comunale, elementi su cui si possa ritenere provato un giudizio di sussistenza di collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata né un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e amministrativi atta a compromettere in maniera sostanziale l’attività e l’imparzialità dell’amministrazione comunale, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad essa affidati”.

Pertanto il ministro, anche richiamando una sentenza del Consiglio di Stato del 2022 nella quale, tra l’altro, si precisa che, “laddove il quadro che emerge dagli esiti ispettivi non sia sufficientemente probante del condizionamento mafioso dell’ente locale, non è giustificabile lo scioglimento degli organi elettivi, in quanto il provvedimento dissolutorio viene a incidere sui ‘più alti valori costituzionali alla base del nostro ordinamento, quali il rispetto della volontà popolare espressa con il voto e l’autonomia dei diversi livelli di Governo garantita dalla Costituzione'”, ha stabilito che “non sono emersi i requisiti di concretezza, univocità e rilevanza richiesti dal modello legale di cui al comma 1 del citato art. 143”, del Tuel.

Ciò nonostante Piantedosi ha previsto una serie di prescrizioni alle quali l’amministrazione che verrà fuori dal voto del 24 e 25 maggio dovrà attenersi: predisporre linee guida atte ad assicurare la trasparenza e la legalità negli affidamenti di lavori, servizi e forniture, in particolare di quelli contrassegnati dalla somma urgenza e dall’affidamento diretto, e la separazione tra indirizzo politico e attività gestionale; disporre verifiche sulle procedure autorizzative dei sub-appalti e dei sub-affidamenti; acquisire, con cadenza mensile, copia dei contratti per il tempo e per gli importi stabiliti dal prefetto, corredata della documentazione concernente le procedure amministrative.

E ancora. Disporre controlli finalizzati al rispetto del principio di rotazione negli affidamenti pubblici, come disciplinato dal codice dei contratti; adeguare gli strumenti regolamentari, con particolare riferimento alle disposizioni concernenti le procedure di assunzione, anche al fine di garantire la necessaria rotazione degli incarichi nelle commissioni aggiudicatrici; sottoscrivere un protocollo di legalità con la prefettura finalizzato a rafforzare tanto il sistema di verifiche antimafia – sia rispetto alle attività del comune che a quelle di associazioni, fondazioni e società assoggettate a forme di controllo e di partecipazione dell’ente locale -, quanto gli strumenti di prevenzione della corruzione.

Il prefetto sarà periodicamente informato delle attività svolte ed entro sei mesi dovrà ricevere una relazione che poi invierà al ministero. È chiaro che i paletti imposti da Piantedosi impatteranno sulle attività dell’amministrazione che vincerà le elezioni in programma tra poco più di una settimana. Di questo e di altro si parlerà questa sera al teatro Tasso nel corso del dibattito pubblico tra i tre candidati alla carica di sindaco di Sorrento: Raffaele Attardi, Corrado Fattorusso e Ferdinando Pinto.

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