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Salvatore Di Giacomo a Vico Equense, intervista a Lauro

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VICO EQUENSE. Man mano che si procede nella lettura delle bozze del nuovo romanzo di Raffaele Lauro, “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, si ha la precisa sensazione di trovarsi dentro una miniera inesauribile di fatti storici e di vicende, del tutto inedite, che riguardano l’intera Penisola Sorrentina. Anche in questo lavoro, infatti, dopo la celebrazione, a tutto tondo, della nostra città, dal monte Faito alle marine, fatta nel terzo romanzo de “La Trilogia Sorrentina”, “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, attraverso gli occhi incantati della grande danzatrice russa Violetta Elvin, vicana di adozione, da circa sessant’anni, l’autore non rinunzia a scrivere altre pagine bellissime su Vico Equense e sulla sua ricchissima storia.

In particolare: la frequentazione di Salvatore Di Giacomo, fin dalla fine dell’Ottocento, dei bagni termali dello Scrajo; l’amicizia con il religioso e intellettuale vicano, don Gaetano Parascandalo, primo storico della nostra città; il dibattito, tra i due, sulla figura di Giovanni Battista Della Porta e sul luogo di nascita del grande pensatore del Seicento e, infine, le indagini su un fatto di cronaca nera, avvenuto, in quegli anni, a Vico Equense (“Il mistero di Vico Equense”), che coinvolse l’opinione pubblica vicana, napoletana, nazionale e francese. Lauro ci racconta come sia pervenuto a queste interessanti rivelazioni, una vera chicca per noi vicani, e di chi lo ha guidato in questo percorso di ricerca documentale, seguita, poi, dalla sua scrittura narrativa.

D.: Anche in questo romanzo, lei non trascura la nostra Vico Equense, la terra d’origine dei sui avi materni. Si tratta di una forzatura affettiva?

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R.: Tutt’altro. Nel piano-struttura originario del romanzo, Vico Equense non rientrava, anche se avevo avuto notizia certa di una cartolina, a firma di Salvatore Di Giacomo, spedita dal poeta dai bagni termali dello Scrajo di Vico Equense, venduta ad un’asta. Le ricerche successive, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, sezione Lucchesi Palli, nel complesso epistolario di Di Giacomo (scriveva a getto continuo, ovunque si recasse, spesso su cartoline che riproducevano anche delle sue fotografie di Napoli), non evidenziarono, a proposito, altra corrispondenza da Vico Equense o una frequentazione assidua del luogo, da parte del poeta. Ne ho chiesto notizia, allora, al professor Salvatore Ferraro, mio amico e bibliofilo di livello nazionale, il quale, come sempre, mi ha guidato, attraverso alcuni scritti minori di Di Giacomo, ad una scoperta sorprendente. Quella cartolina, ora in mano a qualche collezionista privato, non rappresentava un fatto sporadico. Al contrario. Salvatore Di Giacomo era un assiduo frequentatore di Vico Equense e dei bagni termali dello Scrajo, fin dalla fine dell’Ottocento, ove si recava da Napoli per curare i primi sintomi artritici di una malattia, l’uricemia, che lo avrebbe portato alla morte, nel 1934. Presso lo Scrajo, aveva conosciuto un religioso locale, che si dilettava in ricerche storiche, don Gaetano Parascandolo, il quale gli aveva fatto dono di una sua vecchia pubblicazione di storia locale. Di Giacomo, inoltre, era anche l’autore di una serie di articoli di cronaca nera (non dimentichiamo che, alle origini, era stato un cronista di nera sui giornali napoletani), pubblicati su un quotidiano partenopeo, intorno al misterioso omicidio di un ragazzo francese. Di tutto questo risultato, sono particolarmente grato a Ferraro: uno squarcio di luce, che ha consentito di documentare quanto il grande poeta napoletano amasse tutta la costiera sorrentino-amalfitana, compresa Vico Equense.

D.: Forse conviene partire proprio dallo Scrajo. Dai bagni termali, già famosi in quell’epoca.

R.: Famosissimi, direi! Vico Equense era ed è una terra benedetta, come tutta la costiera sorrentino-amalfitana. Aveva ed ha tutto: la montagna, le colline, il piano, le spiagge e, pure, mica poco, una ricca sorgente di acque termali, che curavano e curano sia le malattie della pelle che le patologie della respirazione. Cielo, sole, mare e acque termali, che erano state premiate, come altamente terapeutiche, nel 1897, dalla Società Italiana di Medicina Interna. La miscela di salsedine, di bromuro e di iodio curava e cura anche le affezioni otorinolaringoiatriche, i reumatismi e i dolori articolari. Per quest’ultima terapia, venivano utilizzate, appunto, da Di Giacomo. I bagni dello Scrajo, noti in tutta l’Italia, fin dall’inizio del Novecento, erano ben frequentati anche da personalità napoletane e romane.

D.: A chi si deve la scoperta e la messa a frutto terapeutico della sorgente?

R.: Il proprietario del fondo a mare dello Scrajo, un medico-chirurgo siciliano, Andrea Scala, intuì subito l’importanza terapeutica della sorgente e iniziò a costruire un complesso termale, ampliato dagli eredi, che oggi rappresenta un fiore all’occhiello del nostro turismo termale, non solo a livello nazionale.

D.: Allo Scrajo si conobbero Di Giacomo e don Gaetano Parascandolo?

R.: Nonostante la differenza di età, trent’anni, si conobbero, fraternizzarono e si scambiarono le rispettive pubblicazioni. Il canonico gli regalò la copia della sua monografia su Vico Equense, che aveva pubblicato nel 1858, e coinvolse il grande poeta nelle sue ricerche sul luogo di nascita del filosofo-alchimista seicentesco, Giovanni Battista Della Porta. Si batteva, da anni, per dimostrare che il Della Porta fosse nato a Vico Equense, in una delle ville collinari di proprietà della sua famiglia, una nobile schiatta napoletana.

D.: Di Giacomo era interessato alla questione?

R.: Certamente, la questione, infatti, era oggetto, all’epoca, di discussione nel mondo accademico e culturale napoletano. Di Giacomo considerava Della Porta un vero genio, una mente prodigiosa, un pensatore straordinario, un uomo della modernità…

D.: Un mago?

R.: Un precursore della scienza, a giudizio di Di Giacomo, come Campanella, Bruno, Galileo e Keplero, i cui trattati sull’agricoltura sono ancora attuali. Per questo il poeta accettò di andare in carrozzella, con il prete, fino al casale di Pagognano.

D.: A far cosa?

R.: Don Gaetano volle mostrargli la villa, dove, secondo lui, era nato il Della Porta.

D.: Di Giacomo se ne convinse?

R.: Non del tutto, ma consigliò all’anziano canonico di cercare l’atto di nascita per averne la certezza. La vista dei frutteti e dei vigneti, tuttavia, i profumi della menta e della mortella, una flora così copiosa e variata, letta nelle opere in latino di Della Porta, lo convinsero che, in quei luoghi, il filosofo fosse, se non nato, certamente cresciuto e vissuto, tra campi, orti, selve di castagni, uliveti e vigneti prosperosi e bassi.

D.: Cosa sappiamo di don Gaetano Parascandolo?

R.: Gli studiosi di cose vicane farebbero bene ad approfondire questa figura di prete intellettuale, di ispirazione liberale, censurato dalla gerarchia. Era più anziano di Di Giacomo di trent’anni, nato a Vico Equense nel 1830, da un’antica e nobile famiglia vicana. Appassionato di storia patria, aveva pubblicato una monografia su Vico Equense, nel 1558, di cui menava gran vanto. Professore nel seminario di Cava, di ispirazione patriottica, cade sotto i rigori dell’arcivescovo di Sorrento. Dovette combattere anche per avere il riconoscimento del canonicato di famiglia. Si prese, comunque, prima di morire, nel 1904, trent’anni prima di Di Giacomo, la soddisfazione di pubblicare le notizie storiche sulla nascita e la figura del Della Porta, frutto delle sue decennali ricerche, e una biografia dell’ultimo vescovo di Vico Equense, il repubblicano Michele Natale, impiccato, nel 1799, per le sue idee liberali.

D.: Materia per un convegno sul rapporto Parascandolo-Natale, Parascandolo-Della Porta, Parascandolo-Di Giacomo.

R.: Materia di grande interesse!

D.: Ho letto che di Giacomo si interessò anche di un omicidio, consumato a Vico Equense, un omicidio misterioso?

R.: Esattamente. Scrisse, dal 23 luglio al 3 agosto 1894, sette articoli magistrali, di apparente cronaca giudiziaria, in realtà autentici capolavori narrativi, pubblicati su “Il Corriere di Napoli”, con il titolo, appunto “Il mistero di Vico Equense”. Con i quali tenne viva l’opinione pubblica sull’omicidio di un ragazzo francese, mentre inquirenti e magistratura, in contrasto tra loro, brancolavano nel buio.

D.: Cosa era effettivamente avvenuto?

R.: Sugli scogli sotto La Fusarella, fu trovato il cadavere di un ragazzo francese, di 13 anni, Henry Maubertot, scaraventato giù dal suo patrigno, il marchese Luciano Gastone De Nayve, per ragioni di eredità. Ci vollero nove anni per arrivare alla verità. Alla fine, l’assassino fu condannato, in Francia, per il grave delitto, anche per merito degli articoli di Di Giacomo.

D.: Di Giacomo poeta della canzone, fotografo, commediografo e scrittore. Anche investigatore?

R.: Non dimentichiamo che Di Giacomo era nato come giornalista di cronaca napoletana, anche nera. Ma quegli articoli di nera svelano la sua ricchezza di narratore e il suo sentimento di poeta.

D.: Presenterà il libro anche a Vico Equense, oltre che a Sant’Agata sui Due Golfi, ad Agerola e a Sorrento?

R.: Lo spero. Mi piacerebbe proprio nell’Albergo Scrajo Terme, condotto sempre dagli eredi Scala. Sarebbe un omaggio a don Salvatore, il poeta, a don Gaetano, il prete liberale, e al dottor Andrea Scala, lo scopritore delle proprietà terapeutiche dell’antica sorgente termale dello Scrajo.

di Giuseppe d’Esposito