Esistono vite che non si misurano in anni, ma in metri di tela percorsi e in ore di luce catturate. È il caso del maestro Antonio Asturi, che ha riassunto oltre cinquant’anni di carriera come un “eterno cammino”. Un viaggio nato dal semplice incanto di un bambino che osservava le ombre danzare sulle pareti di casa, culminato in una delle esperienze artistiche più interessanti del panorama internazionale.
Il fulcro di questo viaggio sono state, per oltre tre decenni, le Terme Stabiane. Per 36 anni, quelle sale non sono state solo un luogo espositivo, ma una casa spirituale. Asturi racconta l’ingresso in quei locali come un rito: camminare piano, come in una chiesa, riconoscendo ogni chiodo nel muro e ogni angolo dove la luce cadeva con precisione millimetrica.
Il distacco dalle Terme, avvenuto nell’agosto del 1967 non per mancanza di energia ma per la consapevolezza di “aver già dato tutto”, segna uno dei momenti più commoventi della vita dell’uomo e dell’artista: “un pianto composto su una panca, un ringraziamento silenzioso a un luogo che è stato palco, rifugio e testimone del suo passaggio dalla giovinezza alla maturità” è il ricordo del maestro appuntato in una delle sue numerose agende.
Una pittura di “Cuore” oltre le mode, Antonio Asturi è cresciuto osservando il riflesso di giganti come il colore irrequieto di Mancini e il segno vibrante di Gemito, ma anche la velocità futurista di Balla e la genialità di Depero, così come la gentilezza cromatica di Migliaro e le sfumature paesaggistiche di Casciaro.
Eppure, nonostante questi illustri “compagni di viaggio”, la sua voce è rimasta autentica, forgiata nel silenzio dello studio tra gli ulivi, lontano dalle mode e dai consensi facili. Il prezzo di una vocazione così totale è spesso altissimo. Tante le rinunce: gli inviti rifiutati, i momenti familiari vissuti a metà, la costante “smania di fare” che allontana dagli altri.
L’arte, in questo senso, è presentata come una padrona esigente che non conosce orari e festività, ma che ripaga ogni sacrificio con un “attimo di verità”: quel momento in cui l’opera riesce finalmente a dire ciò che il cuore sente. “Se tornassi indietro pagherei di nuovo lo stesso prezzo”, affermava con la serenità di chi ha abitato fino in fondo la propria vocazione.
L’invito che rivolgeva a chi osservava i suoi quadri è semplice ma profondo: non cercate solo il nome sulla tela: ma ascoltate il passo dell’uomo. Un appello vivo ancora oggi, a 40 anni dalla morte di Antonio Asturi. Perché in ogni opera, in ogni vibrazione di rosso o profondità di blu, c’è ancora quel viandante che, con il cavalletto e i pennelli in spalla, non ha mai smesso di camminare.





