Morte del piccolo Domenico Caliendo, il commento del professor Francesco Corcione

In prima pagina, su Il Mattino di ieri, un editoriale di assoluto prestigio analizza la triste vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore. A firmarlo è il professor Francesco Corcione, luminare della chirurgia italiana e mondiale. La sua non è una difesa dei medici del presidio partenopeo, né, tantomeno, un atto di accusa. È, invece, un appello ai tanti pazienti che si sono affidati e pensano di affidarsi alle cure dei sanitari del Monaldi di continuare ad avere fiducia in professionisti che, aldilà del singolo caso, da sempre rappresentano una eccellenza.

Il piccolo Domenico con la mamma

La recente e triste vicenda del piccolo Domenico, deceduto dopo un intervento di cardiochirurgia, ha profondamente colpito tutti. Una morte che, purtroppo, può rientrare tra gli esiti possibili di un trapianto cardiaco in un bambino di due anni, ma che in questo caso sembra essere stata determinata da cause diverse, probabilmente legate a criticità organizzative e/o a decisioni non adeguate.
Come ripeto sempre ai miei allievi in chirurgia: anche quando si fa tutto bene e nel rispetto delle norme possono insorgere problemi; a maggior ragione se qualcosa non viene eseguito correttamente. Allo stesso tempo, da chirurgo, so bene quanto sia difficile anche per i professionisti più preparati e per le strutture meglio organizzate raggiungere l’errore zero: la complicanza è sempre possibile.
L’obiettivo di questo articolo non è né difendere né accusare i colleghi. Saranno le perizie e gli eventuali percorsi giudiziari ad accertare se esistano responsabilità e di quale natura. Non è neppure quello di tornare su una vicenda già ampiamente trattata dall’informazione. Lo scopo di queste righe è un altro: provare a frenare l’ondata di sfiducia che si è improvvisamente abbattuta sull’Ospedale Monaldi, passato in poco tempo, nell’immaginario collettivo, da centro di eccellenza nazionale a struttura da evitare.
Molti pazienti hanno perso fiducia nei medici che vi lavorano; alcuni ricoverati hanno chiesto la dimissione e altri hanno rinunciato al ricovero programmato. Non entro nel merito di scelte personali, spesso influenzate dall’impatto mediatico della vicenda, ma sento il dovere di esprimere la mia opinione su un ospedale in cui ho lavorato come primario per circa vent’anni.
Il Monaldi è stato storicamente un punto di riferimento per la pneumologia, considerato per decenni il luogo migliore per la cura delle patologie respiratorie acute e croniche. Successivamente, con l’attivazione di nuove divisioni specialistiche, si è trasformato in un centro di eccellenza per numerose discipline mediche e chirurgiche.
Un passaggio fondamentale in questa crescita si deve al primo direttore generale, il dottor Domenico Pirozzi, che avviò un profondo rinnovamento strutturale e organizzativo dell’ospedale e, in pochi mesi, nominò circa dieci nuovi primari tra cui il sottoscritto sulla base di criteri chiari: età inferiore ai cinquant’anni, assenza di precedenti incarichi primariali e forte capacità innovativa. Nel giro di pochi anni il Monaldi si è trasformato, diventando, all’inizio degli anni Duemila, un centro di eccellenza nazionale in molte specialità. Va inoltre ricordato che non si tratta di un ospedale di quartiere: è privo di pronto soccorso e non beneficia quindi di un afflusso sistematico di pazienti. I risultati ottenuti sono stati possibili grazie alla professionalità degli operatori sanitari, alle tecnologie acquisite e a un’organizzazione spesso ritenuta da molti superiore a quella di numerosi ospedali del Nord.
Le direzioni che si sono succedute hanno continuato su questa linea, investendo in innovazione e nel reclutamento di professionisti di alto livello. Basti pensare che nel 2003 il Monaldi si dotò del primo robot Da Vinci dell’Italia meridionale terzo in Italia e undicesimo in Europa e che pochi anni dopo acquisì, secondo ospedale in Italia, il modello Da Vinci Xi.
C’è sempre stata, dunque, la volontà di mettere medici e chirurghi nelle migliori condizioni per offrire ai pazienti il massimo in termini di tecnologia e qualità delle cure. Eppure oggi sembra che tutto questo patrimonio sia stato improvvisamente cancellato.
Mi chiedo quale relazione possa esserci tra una vicenda che riguarda uno specifico ambito, la cardiochirurgia pediatrica, e la decisione di pazienti affetti da altre patologie di rinunciare alle cure in reparti che continuano a lavorare con la stessa competenza, la stessa professionalità, la stessa organizzazione e le stesse tecnologie. Anche i più grandi campioni possono commettere un errore: Maradona ha sbagliato un rigore, ma la sua grandezza non è mai stata messa in discussione.
Lo spirito di questo intervento è dunque quello di contribuire a riportare serenità tra i cittadini e tra i pazienti che devono continuare ad affidarsi a una struttura che, nonostante questa tragica vicenda, resta un centro di eccellenza per esperienza, professionalità e dotazione tecnologica.
La stessa madre di Domenico, con grande equilibrio, ha riconosciuto la professionalità dei medici e degli infermieri del reparto in cui il bambino è stato assistito.
Per questo mi rivolgo ai miei concittadini: torniamo a una valutazione lucida e razionale dei fatti. Continuiamo a considerare il Monaldi uno dei migliori centri di diagnosi e cura della Campania e del Paese e a dare fiducia ai professionisti che vi lavorano con dedizione ogni giorno.
Non ho alcun interesse personale, avendo lasciato l’ospedale da circa sette anni. Ma posso dire con assoluta sincerità che, se potessi tornare indietro e scegliere di nuovo il luogo in cui svolgere tutta la mia vita professionale, sceglierei ancora il Monaldi.

Il professor Francesco Corcione è responsabile di Chirurgia generale e oncologica mininvasiva della Clinica Mediterranea, presidente emerito della Società italiana di Chirurgia, e primario emerito dell’Azienda dei Colli.

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