Giornalismo campano in lutto per la morte di Giuseppe Calise

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Profondo cordoglio nel mondo del giornalismo napoletano per la morte di Giuseppe Calise, indimenticato Capo redattore centrale e Capocronista de Il Mattino. I funerali di Giuseppe Calise si tengono domani mattina alle ore 10 nella chiesa della Salute a Portici.

Ecco il ricordo di Antonino Pane, scritto per il sito de Il Mattino.

Ciao Peppino, anche stavolta hai chiuso presto. Troppo presto. Un amato direttore del nostro Mattino avrebbe detto «Peppi’, possibile che non facciamo mai niente di normale…». Sono qui Capo, cerco di riordinare i pensieri e gli occhi si riempiono di momenti belli, anche di cazziatoni, per carità, ma soprattutto di attimi indimenticabili. Conservo tutti i tuoi messaggi scritti quando Capo dei Circondari mi lasciavi l’assegno per il giorno successivo. Conservo anche il martello e i chiodi, quelli che mi facevi usare per sprangare la porta che collegava la nostra stanza, la redazione dei Circondari, con la stanza del Capocronista Gianni Campili. “Siamo autonomi, urlavi per farti sentire dai colleghi vicini, e qui la cronaca di Napoli non deve mettere piede”. Allora non eri, e in verità non lo sei mai diventato, un paladino ad oltranza della provincia. Volevi dimostrare che senza l’aiuto di nessuno con una piccola redazione, potevi guadagnare titoli in prima. E ci spronavi, ci tenevi sulla corda, ci maltrattavi quando lo meritavamo. Ma poi eri sempre tu che affrontavi l’Azienda per farci dare la tredicesima quando da abusivi, ci pagavano ancora con i pezzi pubblicati. Che Capo incredibile sei stato Peppino. L’augurio più bello che mi sentirei di rivolgere a un collega che vuole iniziare questa professione è di avere un Capo come te. Stamattina ho avuto la notizia che ci avevi lasciato da Titti Marrone. Singhiozzava. Ci siamo fatti forza a vicenda. Peppino tu, ed io con te, non siamo mai andati d’accordo con Titti su come difendere il nostro giornale. Siamo stati contrapposti, sempre. Eppure Titti stamattina l’ho sentita sorella nostra come altre volte in questi ultimi anni. Sono i segni della storia Capo, quelli che fanno di uomini e colleghi, grandi uomini e grandi colleghi. Ora ti saluto. Voglio dirti un’ultima cosa. Io e Claudio per anni ci siamo detti ad ogni telefonata dobbiamo andare a trovare Peppino. Non ci siamo riusciti. Volevamo vederti, ma soprattutto ascoltare la tua voce. Quella chi ci ha accompagnato per una vita al Chiatamone.