Il rito del “nucillo” rivive nella tradizionale festività religiosa di San Giovanni

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di Antonino Siniscalchi

SORRENTO. Le coltivazioni si riducono di anno in anno e la produzione ormai è lontana dai fasti di un tempo quando il prodotto locale ha conquistato i mercati degli Stati Uniti. Eppure ancora oggi il mito delle noci di Sorrento si rinnova con l’antica preparazione del tradizionale “nucillo”, il liquore realizzato con l’infusione delle noci ancora verdi nell’alcool. Ed anche questa volta, dalla penisola sorrentina alla zona vesuviana, il rito si ripeterà, immutabile da secoli, legato com’è alla data della festività religiosa di San Giovanni che cade oggi (24 giugno).

Non a caso, che il “nucillo” sia un elisir antico, misterioso, quasi magico, lo si intuisce fin dalla preparazione. La ricetta più accreditata, infatti, prevede che nell’alcool vadano in infusione 13 noci, 13 chicchi di caffè crudi e 13 tostati, 3 chiodi di garofano, 3 cortecce di cannella e 3 cucchiai di zucchero.
Riferimenti numerologici a parte, l’intera storia di questo liquore è incentrata su una ritualità comune a tutte le aree, in particolare della provincia di Napoli. E non importa se il nome, di frequente cambia di paese in paese, tanto che in alcune zone rurali c’è ancora chi continua a riferirsi a questo infuso definendolo “merecina”, la medicina.

È solo la conferma delle sue proprietà digestive, dovute principalmente alle spezie ed agli oli essenziali contenuti nel mallo. Un infuso misterioso si diceva, che nasce da un rituale quasi esoterico. Secondo la tradizione, la notte di San Giovanni, 24 giugno, le donne con lunghe scale e piccoli panieri di vimini rivestiti all’interno con tele di sacco scomparivano nel buio della campagna, per poi riunirsi sotto il noce.

La più esperta, a piedi nudi , saliva sulla scala, sceglieva le noci più adatte e più integre, le toccava appena per non togliere il velo di rugiada, e le riponeva delicatamente nel paniere. Nel frattempo nell’aia erano stati accesi dei falò: qui si depositavano a terra, su sacchi vuoti, le noci appena raccolte affinché potessero ricevere ancora, fino al mattino, la guazza notturna. Una volta tagliate in quattro le noci venivano poste, assieme all’alcool, in vasi di vetro ed esposte al sole per 40 o 60 giorni.

“Il nocino di oggi segue la lavorazione antica, per la quale ciascuna famiglia conserva una ricetta particolare, che magari si differenzia dalle altre per una spezia. In più oggi c’è una grande attenzione nella selezione delle piante migliori e dei frutti che gli agronomi ritengono più adatti. Negli ultimi anni, poi, ci stiamo orientando verso la produzione di liquori diversi realizzati con le noci di aree diverse, per esaltare le differenti esistenti tra i territori”, spiega Enzo D’Alessandro dei Curti.

Rimane tuttavia la tradizione della notte di San Giovanni la cui scelta per la raccolta delle noci ha una duplice spiegazione. Per gli erboristi, che definiscono questo periodo come “tempo balsamico”, la noce si trova nel suo momento migliore con i profumi derivanti dalla maggior presenza di linfa, oli e vitamine. Meno scientifica, ma più suggestiva, invece, è la tesi che attribuisce la scelta della data al solstizio d’estate che per il calendario precedente a quello Gregoriano non cadeva il 21 giugno, ma il 24. Dunque, nella notte del trionfo della luce sulle tenebre, le streghe si raccoglievano sotto i rami degli alberi di noce per demoniaci sabba.