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Rischio frane, i pericoli maggiori in costiera sorrentino-amalfitana

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L’unica landa davvero sicura per i bagnanti è il Casertano. Qui, con i suoi litorali sabbiosi chilometrici verso l’orizzonte e spiagge ogni anno sempre più erose dalle maree dell’inquinamento, non ci sono rocce che cadono. Per il resto, in Campania quasi il 70 delle coste – comprese quelle delle isole – è a rischio di crolli. Come quello che ieri alla Chiaia di Procida stava per uccidere tre ragazzi.

Ma l’allarme cresce, se si pensa che servirebbe almeno un miliardo di euro per mettere in sicurezza il territorio, mentre il governo fa fatica a sbloccare progetti per 150 milioni. Intanto, concetti come prevenzione, messa in sicurezza, pianificazione degli interventi restano virtuali, sulla carta. Racconta al riguardo Franco Ortolani, autorevole geologo e adesso senatore dei Cinquestelle: “Di concreto si fa poco. Si aspetta la mareggiata, qualcuno chiede soldi, ma poi alla fine si installano solo le barriere o i cartelli di divieto di balneazione. Non sapete quante rocce crollano d’inverno, ma soltanto d’estate fanno notizia”.

Legambiente ha definito la Campania la “regione dai piedi d’argilla”. Il 72 per cento dei comuni – con case, scuole e ospedali – è costruita in aree a rischio idrogeologico. Secondo Ispra, circa il 5 per cento della popolazione (302mila persone) e il 5,1 delle aziende (18.451) potrebbero essere travolte da frane. Poi c’è il problema dei costoni, bellissimi a vedersi ma fragilissimi perché composti di pietre friabili come tufo non consolidato o materiali argillosi. Per esempio a Procida, dove ieri si è verificato il crollo, spiega Ortolani, “si alternano strati di tufo sedimentati alternati ad altri meno cementati. Che tra l’altro presentano fratture subverticali: vuole dire che dentro le rocce è come se fossero stati fatti tagli con un coltello, orientati in direzioni opposte”. Più in generale, basta vedere la cartina della Campania per capire i rischi.

Rischio che non esiste nella parte nord della regione: dal Garigliano fino a Torregaveta ci sono soltanto spiagge sabbiose. Poi iniziano i problemi. “Da Torregaveta fino a Lucrino – aggiunge il geologo – ci sono ripidi costoni di tufo fratturato. A volte cadono massi a Capo Miseno”. Altra pausa con il ritorno delle spiagge per tornare ai promotori che compongono la collina di Posillipo, fino a Palazzo Donn’Anna. Seguendo il mare, si trovano pezzi di costoni sparsi nell’area vesuviana – a Portici, a Torre del Greco, a Torre Annunziata – dove si mischiano lava e tufo. Quindi si entra forse nell’area più critica: quella che va dalla penisola sorrentina alla costiera amalfitana, con altro tufo. La roccia si ferma a Vietri e ritorna la spiaggia.

“Da Agropoli, precisamente dal costone sul quale sorge il Castello, abbiamo la Marna, formata da argilla e da calcare, che a Trentova lascia spazio all’arenaria, la sabbia cementata circa 14 milioni di anni fa, quando si sono sollevati gli Appennini. E così si va avanti, a macchia di leopardo, tra Palinuro (dove morì un ragazzo per una pietra caduta mentre ballava in discoteca sulla spiaggia) e Scario come da Sapri fino a Maratea”. Crolli di pezzi di montagna non mancano né a Ischia, con le sue pietre tufacee, o Capri, dove la roccia è calcarea.

Gli unici lavori di messa in sicurezza che si ricordano sono quelli conclusi nell’aprile scorso sul costone di Monte di Procida. Per il resto non aiuta neppure la parcellizzazione delle competenze, divise tra autorità di bacino, che fa la pianificazione, la capitaneria di porto, deputata ai controlli, i Comuni, responsabili della messa in sicurezza, e le sovrintendenze, se c’è da tutelare un bene ambientale.

Intanto alla presidenza del Consiglio, dove un tempo c’era la struttura di missione per la difesa del territorio, sono in fase di approvazione 1.240 progetti di contenimento, presentati dai comuni campani. I quali, spiega Roberta Santaniello, dirigente della presidenza regionale delegata alla protezione civile, “valgono circa 150 milioni di euro. Di questi 30 sono destinati a interventi per i costoni. Registriamo un certo ritardo e come Regione, oltre a mettere altri 150 milioni per combattere il dissesto idrogeologico, possiamo fare poco, perché non siamo titolari del processo istruttorio per le pratiche. Quanto servirebbe? Nelle piattaforme gli interventi, compresi quelli in fase preliminare, necessitano di almeno un miliardo di euro”.

di Francesco Pacifico da Il Mattino