I reperti rubati dall’Isis venduti in costiera amalfitana

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La notizia è apparsa ieri mattina su La Stampa. Un’inchiesta giornalistica ha evidenziato la presenza di un traffico di antichi reperti rubati dall’Isis e rivenduti attraverso intermediari della ndrangheta in un esercizio commerciale della costiera amalfitana. I proventi di questo traffico vengono utilizzati dai combattenti islamici per l’acquisto di armi. Dopo lo scoop del giornalista Domenico Quirico, la collega Petronilla Carillo de Il Mattino si è recata sui luoghi raccontati nell’articolo alla ricerca della rotta seguita dai “commercianti” dei reperti. Ecco cosa ha scoperto:

Il traffico di reperti archeologici depredati dall’Isis e commercializzati in tutto il mondo passa per la costiera amalfitana. E una piccola macelleria nelle frazioni alte di Vietri sul mare diventa punto di riferimento per esaminare le antichità portate via dall’Iraq, dalla Siria, dal Libano, dall’Egitto. È nei pressi del negozio che un intermediario della ndrangheta porta i suoi “clienti” per mostrare loro la “merce” da acquistare ai prezzi più svariati.

Questo almeno è quanto scoperto dall’inviato de La Stampa, Domenico Quirico, nella sua inchiesta sulle rotte dei reperti saccheggiati. E, stando al racconto fatto ieri sul quotidiano torinese dal giornalista, nulla sarebbe affidato al caso: appuntamento nei pressi del Baia Hotel, a Vietri sul mare, a quattro passi dalla piazzetta e dai negozi di ceramica, in una zona facilmente raggiungibile dall’autostrada. Il cliente viene invitato a salire in auto dall’intermediario e portato lungo l’Amalfitana.

Ma la Statale viene lasciata pochi chilometri dopo per una stradina di montagna che conduce alla macelleria, forse soltanto un laboratorio di paese per la lavorazione della carne in una delle frazioni alte del centro costiero. Un’auto, che forse fa la staffetta con quella dell’intermediario, arriva subito dopo, due ragazzi scendono e aprono un portone, il calabrese e il cliente entrano con l’altra vettura e, soltanto una volta al sicuro da sguardi indiscreti, i reperti vengono mostrati tra salumi appesi e pezzi di carne lavorata.

Dettagli precisi, quelli raccontati da Quirico. Dettagli ai quali il procuratore capo di Salerno, Corrado Lembo, ha intenzione di dare grande attenzione. È probabile, dunque, che ora verrà aperto un fascicolo d’inchiesta. Anche perché tutto avverrebbe secondo un clichè ben rodato e il punto di ritrovo, Vietri sul mare, potrebbe essere soltanto uno dei tanti luoghi “sicuri” scelti dalla ndrangheta per portare avanti i suoi affari forse con la complicità della camorra che “acconsente” ad un passaggio sul proprio territorio.

Come raccontato nell’inchiesta giornalistica, nella quale si ripercorrono tutte le tappe dell’affare, gli islamisti vendono i reperti in cambio di armi. Queste, kalashnikov e Rpg anticarro, verrebbero fornite dalla mafia russa. Intermediari e venditori, almeno in Italia, sarebbero personaggi di spicco della mala calabrese, di Lametia Terme, per l’esattezza. E in questo contesto Vietri sul mare diventerebbe base di appoggio.

Eppure nel paesino alle porte della costiera amalfitana, nessuno sembra essersi mai accorto di tutto ciò. Ieri pomeriggio qualcuno dice di “aver sentito la notizia per il telegiornale nazionale”, altri sorridono a sentir parlare di Isis e reperti archeologici quasi sentissero la trama di un film. Anche al Baia Hotel nessuno sembra essersi accorto di nulla. Un dipendente taglia corto: “Nei giorni scorsi abbiamo avuto un convegno medico”, dice. E nei giorni prima? “Non saprei, non ero di turno”, risponde rimarcando velatamente il diritto alla privacy dei propri (eventuali) clienti.

Salerno, dunque, sull’asse ndrangheta-califfato islamico per la commercializzazione di reperti trafugati e necessari per consentire agli uomini dell’Isis di armarsi. La merce destinata al mercato italiano e a quello europeo arriverebbe direttamente al porto di Gioia Tauro attraverso la Turchia. Secondo l’Unesco, a tutto il 2015, il giro d’affari legato alla vendita di reperti archeologici provenienti dalle zone islamiche è di 250 milioni di dollari e i mediatori avrebbero ricompense che variano dal 2 al 5% dell’opera contrabbandata.

Nelle mani del mediatore calabrese, secondo quanto riporta La Stampa di ieri, vi erano pezzi anche del valore di 100mila euro. Il traffico di antichità a livello mondiale, secondo l’Unesco, nel 2015, era di sei-otto miliardi di euro. Un mercato dal quale soltanto di recente gli Stati Uniti, un tempo principali acquirenti, sono usciti: quando hanno capito che quei soldi servivano per armare i terroristi islamici.