Don Rito Maresca lascia Massa Lubrense

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MASSA LUBRENSE. La notizia era nell’aria già da qualche tempo, ma ora è ufficiale: don Rito Maresca, il parroco della chiesa ex cattedrale di Santa Maria della Grazie, è stato trasferito. L’annuncio è stato dato dal diretto interessato attraverso una lettera aperta inviata ai fedeli della propria comunità. Dal prossimo mese di settembre don Rito assumerà un incarico presso il seminario interregionale di Posillipo, a Napoli.

Nel frattempo, per stoppare tutte le chiacchiere che nell’ultimo periodo circolavano in merito all’ipotesi che dopo 4 anni lasciasse la principale parrocchia di Massa Lubrense, ha deciso di inviare un messaggio chiarificatore a tutti i fedeli della sua comunità. In realtà non manca qualche nota polemica nei confronti dei vertici ecclesiali ed anche contro chi alimenta sterili polemiche.

Poiché non abbiamo voluto filtrare il contenuto della lunga lettera di don Rito per evitare di essere accusati di strumentalizzazioni, di seguito la riproponiamo integralmente.

Parrocchia Ex-Cattedrale
Santa Maria delle Grazie
Largo Vescovado 1 – 80061 Massa Lubrense (NA)

Lettera Aperta alla Comunità

Massa Lubrense, Giovedì 14 agosto ’14
Carissima comunità di Santa Maria delle Grazie in Massa Lubrense,

Pace e bene a tutti voi!

Dopo tante chiacchiere che negli ultimi tempi si sono rincorse, sento il bisogno di raggiungere ciascuno di voi per provare a raccontarvi di me, di noi, della nostra comunità e del suo futuro.
Lunedì, con non poche difficoltà, ho comunicato ai membri dei consigli pastorale e affari economici la mia partenza da questa comunità amata per servire, nel prossimo settembre, il Signore e la Sua Chiesa come educatore presso il Seminario Interregionale di Posillipo.
“Come? Dopo due anni di nuovo a parlare di trasferimento?”.
Sono state le parole risuonate nel cuore un po’ di tutti, forse anche nel vostro, certamente nel mio. Abbiamo fatto insieme un tratto di strada importante e tanta umanamente speravamo di farne ancora e ora per molti tutto sembra mettersi in forse, tutto tingersi di un alone grigio di tristezza e delusione, tutto sembra essere messo in discussione…
Sono le ragioni del cuore, l’affetto che in questi quattro anni è maturato, gli sguardi che ci siamo scambiati, le storie che tanti tra voi con coraggio hanno deposto nel mio cuore di povero prete, le lacrime versate e i confetti lanciati in aria nelle gioie della vita, ad averci legati, a aver tessuto quel cordone che non avremmo voluto spezzare, ma anzi custodire e rafforzare e che ora, invece, siamo chiamati a potare perché la vigna della nostra parrocchia, possa portare più frutto.
Non voglio farvi la predica, ne avete già sentite tante, ma testimoniarvi che la fede è proprio questo: la certezza di non essere soli, specie quando attraversiamo la difficoltà, la certezza che non saremo abbandonati, la certezza che quella che ora è una croce, se raccolta e portata fino alla cima del Calvario, può essere la chiave che apre le porte del paradiso. Non voglio farvi la predica, perché dovrei farla innanzitutto a me stesso, ma vorrei che potessimo aprire il cuore non solo alla delusione ma alla fiducia, vorrei che davvero potessimo leggere il distacco che tra qualche tempo vivremo non come un taglio, ma come una potatura. E sapete qual è la differenza? Semplicemente l’essere o no radicati in Cristo Gesù!
Se sei in Lui, se siamo in Lui, i tagli, anche quelli più duri, potranno portar via parti di noi, persone e sogni, emozioni e progetti, ma non quella linfa che da Lui proviene, quella speranza che deve continuare ad accompagnarci, quella sicurezza di custodire sempre e comunque la libertà di dare noi un senso a ciò che sembra esserci piombato addosso inaspettatamente e, forse, anche ingiustamente.
Sì, perché forse è così, forse non è giusto, forse non è pastoralmente vincente, forse non è rispettoso che una comunità si trovi a cambiare nel giro di sei anni quattro parroci: non crediate che non vi segua in tutti i discorsi che ho sentito in questi giorni, potrei io stesso aggiungere altre ragioni più o meno fondate per cui lamentarsi, ma poi? Di tutto quello che in questi anni, pochi o molti che siano, abbiamo cercato di dirci e costruire, cosa resterebbe, se ci lasciassimo dominare dallo sconforto e dalla delusione?
“Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!” dice san Paolo nella lettera ai Romani (cap. 8). Non so come, ma questa espressione mi si è stampata nel cuore fin da quando avevo quattordici anni e ogni giorno la vado riscoprendo. Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, cioè, non c’è nulla che non possa essere portato e trasformato dal crogiuolo di quest’amore. Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio e soprattutto si sentono da Lui amati! Capite che qui c’è la pietra di scarto: l’essere o, meglio, il sentirsi amati. Cosa ho letto nei vostri cuori in queste ore? Non la paura dell’arrivo di un altro parroco, non il timore che potesse essere poco preparato o incapace. Molti mi hanno giustamente detto che il problema non è chi viene, ma io che me ne vada. E perché la mia partenza per alcuni fa tanto dolore? Forse semplicemente perché vi ho amato! Ho cercato di farlo; con tutto me stesso, con tutte le mie capacità e nonostante i miei difetti. Ho provato ad amarmi e so per certo di esserci riuscito molto meno di quanto voi, forse senza accorgervene, avete amato me. E ora senza che questa sensazione trovi parole per esprimersi, credo che quello che vi e ci fa più male è la paura di perdere quest’amore. Mi sono sentito amato, io dai miei parrocchiani e spero che qualche parrocchiano da parte mia. Ho sentito tanti che si sono presi cura di me e spero che qualcuno tra voi da me si sia sentito curato; e la paura che ora ci prende è quella di ritrovarsi abbandonati. Ma io e voi siamo chiamati ogni giorno, anche attraverso le difficoltà, oggi davanti a questa nostra prova a vedere quell’Amore più grande, l’unico che non abbandona, quell’Amore che move il sole e le altre stelle, quell’Amore che ha amato me e voi prima ancora che ci incontrassimo, prima ancora di essere concepiti, quell’Amore che è la sola ragione per cui ci siamo incontrati.
Io non sono venuto a Massa perché ci volevo venire (capitemi bene!), sono venuto qui per Amore, per aver sperimentato quell’Amore di Dio che mi chiamava a prendermi cura di una comunità rimasta senza pastore nel 2010. Ora è quello stesso Amore, quella stessa Provvidenza che chiede a me di farmi da parte, per servire altrove e in modo diverso, e a voi di non fermarvi all’affetto che io ho cercato di darvi, ma, tra le pieghe dei giorni passati insieme e di quelli ancora da venire, scorgere la presenza di Dio, che continuamente cerca di raggiungerci per riscaldare il nostro cuore.
Per quanto abbia cercato di costruire e stringere legami di comunione tra le tante anime di questa comunità, non ho voluto mai costruire una bella comunità dove stare bene insieme io e voi; piuttosto ho tentato in mezzo a voi di testimoniare Cristo e questi crocifisso: non io dovevo e devo essere il protagonista, ma Lui, non farvi sentire il mio affetto, ma il suo Amore. Non so se ci sia riuscito, ma adesso ne viviamo la prova, adesso siamo chiamati, io e voi, a scegliere di fidarci di Lui, che ci chiama, me e voi ad una nuova avventura, tutta diversa certo, io per un nuovo ministero, voi per un nuovo parroco, ma dove l’unica cosa che resta è l’amore di Dio.
So bene che non è facile per tutti, che qualcuno si è appena affacciato alla fede, da poco “se la sta facendo con Gesù” e, come in ogni amicizia, non ne ha ancora piena fiducia, ancora è insicuro. Per questi sono maggiormente in pena. Ma chiedo agli altri, a quanti almeno una volta hanno incontrato il Signore e la sua Misericordia di aiutare non me, ma loro, questi piccoli, questi più deboli, quanti potrebbero essere scandalizzati, quanti potrebbero inciampare nei resti di questa difficile potatura e non aver voglia di rialzarsi.
Non lasciamoci trascinare nella logica del pettegolezzo o del risentimento, non scivoliamo nel commento malevolo degli intrighi della Chiesa e dei suoi pastori, non facciamoci prendere da logiche di contrapposizioni. Proviamo a celebrare la nostra fede ora, non domani. Facciamo della nostra paura la nostra invocazione: “Signore, salvaci!”. Proviamo a credere che se terremo lo sguardo fisso su Gesù, domani potremmo accorgerci di aver, oggi, senza saperlo, camminato sulle acque.
Questa potatura è per la gloria di Dio! E per la nostra gloria, per portare più frutto.
Non fermiamoci a chiamarlo trasferimento, né, vi prego, date ascolto a quanti, con cattiveria, hanno insinuato che sia stato io a volermene andare o a voler percorrere strade di affermazione personale (in entrambi i casi sarebbero in gioco volontà solo umane). Voglio invece vedervi altro, so che un giorno mi sarà chiaro. Credo, voglio credere, ho creduto fin dal giorno in cui ho riposto la mia vita non solo nelle mani del Vescovo, ma nella mani della Chiesa stessa, che attraverso di Essa, anche attraverso tutte le sue debolezze, agisca lo Spirito. A volte sembra più chiaro il suo progetto, altre volte più nebuloso, ma sono certo che ogni volta che ho pensato di testa mia e ho cercato di salvare la mia vita, mi sono allontanato da quel soffio vitale che rende bella la mia esistenza.
Capite perché allora non mi sia rifiutato, perché, come pure molti mi hanno rimproverato, non ho detto di no. Potevo farlo, forse c’è qualcuno che lo fa, lo ha fatto e lo farà, ma con quale coraggio vi avrei guardato negli occhi, con quale coraggio avrei detto ai sofferenti di non aver paura di portare la croce, con quale coraggio avrei indicato agli sposi la strada del sacrificio dell’amore, se io per primo piuttosto che accogliere la volontà di Dio avessi cercato di salvare la mia comodità e i miei affetti qui a Massa. Quale speranza vi avrei più potuto annunciare se non ci avessi creduto neppure io e avessi scelto di dire no al progetto di Dio? Quale consolazione avrei potuto testimoniare, se io per primo avessi cercato di evitare il dolore e le lacrime?
Sì, avrei potuto dire “no” e sperare che umanamente avremmo continuato a vivere insieme felici e contenti e, forse, davanti a un no secco, avrei potuto far capire al vescovo che non avrebbe più dovuto bussare alla mia e alla vostra porta per i prossimi vent’anni… ma a chi avrei detto no? Chi avrei lasciato fuori dalla mia e dalla vostra vita? Mons. Francesco Alfano o Gesù?
So bene che il mio “sì” coinvolge tutti voi, che la mia obbedienza non al vescovo ma alla volontà di Dio riguarda anche quelli che tra voi si lamentano di non aver promesso povertà, castità e obbedienza, ma più chiaro so che anche il mio “no”, quello che tanti tra voi mi hanno chiesto, che pure qualche prete mi ha consigliato, vi avrebbe riguardato, avrebbe corrotto me e questa comunità, avrebbe consegnato me e voi alla presunzione di poter decidere da noi stessi. Ho sentito forte la paura che un mio “no” non solo restringesse il mio cuore, ma tradisse anche il vostro. Salvandoci vi avrei tradito, conservando me a voi e voi a me, di fatto avrei tradito Lui e vi avrei fatti traditori con me. Invece ora, con non poca fatica, il mio “sì” vi tradisce, non tenendovi per me, ma consegnandovi (tra-dere) a Lui. Sono disposto a portare il peso del traditore, di colui che non ha valutato il peso del vostro affetto, pur di consegnarvi a Lui, non ad un altro parroco, ma al Pastore delle Pecore, a Gesù nostro Signore.
Nella mia obbedienza, prego perché ci sia anche la vostra: perchè nella obbedienza mia e vostra, possiamo permetterci di chiedere quella Grazia necessaria a trasformare questo momento di tristezza in occasione di crescita, questo taglio in una potatura, questa delusione in una Speranza che non deluderà.
Sento ancora di dover rispondere ad altre due domande che tanti tra voi mi hanno rivolto: “perchè abbiamo dovuto saperlo dagli altri e non ce lo hai detto prima?” e “chi verrà al tuo posto?”.
In realtà le due domande hanno risposte collegate. Rammarica molto anche a me tutto il chiacchiericcio degli ultimo mese, l’aver dovuto ascoltare in silenzio troppe cose, facendo la fatica, per rispetto alla verità e per non prendervi in giro, di non smentire mai provando sempre a cambiare discorso o a smorzare la tensione con una battuta.
Sono rimasto in silenzio perché considerando già la portata destabilizzante della notizia della mia partenza, con l’arcivescovo avevamo stabilito di comunicare il mio cambiamento contestualmente al nome del nuovo parroco. Non che questo avesse risolto ogni problema, ma almeno avrebbe evitato l’attuale senso di sospensione. Avrei voluto fare questo passaggio di verità il prima possibile e mi sarebbe piaciuto vivere parte dell’estate già presentandovi e introducendovi con gioia e fraternità il nuovo parroco, ma per una serie di motivi non dovuti alla mia volontà questo non è stato possibile. Così il nuovo parroco non ha ancora potuto avvisare la comunità che anche a lui la Provvidenza chiede di lasciare con non poca sofferenza. Sarebbe stato a questo punto opportuno conservare ancora un po’ di riservatezza, ma le tante chiacchiere forse provenienti anche da altri contesti ecclesiali, mi hanno spinto a chiedere al vescovo l’autorizzazione a comunicarvi almeno la mia sorte. Qualcuno mi ha detto di non esser stato corretto a tacere fino ad ora; vorrei dirvi che poco corretto è stato chi ha parlato di cose che non sapeva, che non erano neppure ancora stabilite e che avrebbero solo portato dolore. Denuncio con tutta la forza che posso che chi ci ha fatto del male, a me e voi, è stato proprio chi ha alimentato inutili pettegolezzi. Perdono quanti tra voi si sono fatti domande, hanno cercato risposte, magari da amici, da gente più vicina alla parrocchia; capisco che giunta una mezza notizia, tanti tra voi si siano preoccupati anche di conoscerne la fondatezza o meno; stigmatizzo come peccati contro l’ottavo comandamento chi dall’esterno per il solo gusto di far vedere di sapere si è lasciato andare, come dice il catechismo della Chiesa Cattolica, a giudizi temerari, maldicenze o addirittura calunnie.
So quanto ciascuno tra voi è legato a me e spero che sappiate quanto io lo sono a voi, se ho taciuto è per il solo interesse di farvi soffrire il meno possibile; se qualcuno ha parlato da fuori di questa parrocchia, invece, non ne conosco il motivo.
Ora dunque restiamo in attesa di sapere chi guiderà questa nostra cara parrocchia. Vi chiedo di fidarvi: un sacerdote saggio e accorato è già stato contattato e con spirito evangelico ha dato la sua disponibilità. Fin da ora ci impegniamo a pregare per lui, ma anche ad aspettarlo con fede. Ascoltando Gesù proviamo ad aiutare la sua comunità come non è stata aiutata la nostra, proviamo a rispettarne i tempi, ci impegniamo a far tacere ogni chiacchiericcio. Vi chiedo con tutto il cuore di lasciare il gossip del toto-parroco agli articoli di chi non ha altro da scrivere e di vivere in attesa della visita dello Spirito, mettete, ve ne prego, da parte la curiosità e provate a fidarvi, forse per l’ultima volta, di me e vi assicuro che, per le vostre sofferenze, avrete in dono un vero pastore secondo il cuore di Dio.
In ultimo, ma avrei dovuto farlo per prima cosa, vi arrivi il mio grazie per questi quattro anni insieme. Grazie per quello che avete dato voi a me! Ringrazio il Signore per questa esperienza, la ripeterei mille volte e, se riesco ad andare via, è solo per la consapevolezza dei tanti doni e dei tanti miracoli che ho visto sbocciare in mezzo a voi. Grazie a tutti e a ciascuno.
Grazie soprattutto a coloro con in quali c’è stata qualche incomprensione, a coloro che mi hanno saputo con coraggio correggere per il mio bene e la mia crescita e grazie anche a coloro che hanno travisato qualche mia buona intenzione perché forse mi faranno risparmiare un po’ di purgatorio.
Grazie.
Parto nella sicurezza di aver servito come potevo questa comunità e nell’ultimo anno anche quella di Marciano, parto affidandovi al Buon Pastore; sempre più mi convinco che è Lui che guida la Chiesa e che i preti al massimo possono fare da cani, mescolati tra le pecore, provano a tenere unito il gregge, perché segua Lui. Spero di essere stato in mezzo a voi un cane povero, ma fedele al Pastore; a volte ho leccato qualche ferita, altre volte ho abbaiato con forza; spero di avervi difeso dal lupo, prego di avervi indicato la strada giusta; a volte sono corso avanti, altre mi sono attardato con gli ultimi; mi sono impegnato ad andare d’accordo con gli altri preti, poveri cani da pastore come me, ma chiedo perdono se qualche volta, proprio come succede ai cani che si allontanano dallo sguardo del padrone, mi sono con loro azzuffato, dando scandalo al gregge che nel frattempo si disperdeva.
Il Signore oggi mi chiama proprio a prendermi cura di nuovi cuccioli, vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera perché possa essere strumento nelle mani dello Spirito per la formazione di santi sacerdoti secondo il cuore di Gesù.

Con tutto il cuore vi benedico e vi chiedo di pregare per me.
Vostro, d.Rito